Se Salvador Dalì avesse visto le opere di Rita Pierangelo se ne sarebbe innamorato.

Il surrealismo fu essenzialmente: “comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale”.

La Pierangelo supera il surrealismo, mettendo in atto una tecnica che svela come l’inconscio, l’istinto non siano solo un sogno che riemerge nella creatività artistica, ma un incubo che si è impossessato della vita di tutti i giorni.

Questa Artista, apparentemente mite e silenziosa, diventa nella sua arte una rivoluzionaria.

Non si può rimanere impassibili davanti alle sue opere, come non lo è di fronte all’opera Ferita e cornuta di Frida Khalo, dove l’artista si rappresenta come un trofeo di caccia; un cervo con lo sguardo implorante trafitto a sangue da più frecce.

L’impatto è immediato.

Il messaggio arriva chiaro, diretto prima ai sensi e poi alla ragione.

Sono, in entrambe le Artiste, manifesti di denuncia.

Come per Frida Khalo, l’immaginazione non era un modo per uscire dalla logica ed immergersi nel subconscio, ma piuttosto il prodotto della sua vita che lei cercava di rendere accessibile attraverso un simbolismo, così per Rita Pierangelo le immagini non sono sogni ma realtà, concrete, tangibili. Dolorosi frutti dell’esperienza.

 L’impostazione delle composizioni della Pierangelo trova la sua matricenelle fotografie pubblicitarie e nelle immagini televisive, dove i voluttuosi nudi femminili posano in biancheria intima davanti all’obiettivo o alla telecamera, in primo piano. Davanti a queste icone della modernità, cala l’interesse per l’individuo mentre cresce l’ammirazione per le loro forme seducenti e concupiscenti, che rafforzano il desiderio di possesso nello spettatore.

 Ed è questo l’insegnamento che viene impartito nella nostra società dei consumied è per questo che non dobbiamo meravigliarci delle continue violenze subite dalle donne. Ma mentre nel passato i nudi di donna rappresentavano sogni proibiti che si consumavano negli studi d’artista per essere immortalati, poi sulla tela,i corpi svestiti di Rita sono tratti da immagini quotidiane di donne disinibite nel mostrare le loro nudità al pubblico.

 La donna illusa di aver raggiunto la libertà spogliandosi dei suoi abiti è caduta nella peggiore trappola che le sia mai stata tesa da una società ancora improntata su una mentalità maschilista, dove l’Uomo è diventato un voyeur davanti a corpi che considera alla stregua di animali da monta.

 Ed ecco “Il grido della zebra”. Una donna intrappolata nell’animale e distesa sul letto che si copre il petto con l’unica parte del corpo ancora umana: le mani.

Dalle fauci aperte dell’animale non escono gemiti, ma urla di disperazione.

 L’identità dei suoi personaggi è pressoché inesistente, le teste sono zoomorfe e spesso anche una parte dei corpi.

L’Artista pone così una domanda allo spettatore: ma chi è la bestia?

L’arte della Pierangelo non solo trova le sue profonde motivazioni in questa domanda, ma si può definire essa stessa una risposta a questo interrogativo.

In un’epoca buia come quella in cui viviamo, dove sono venuti meno principi etici e morali, Rita Pierangelo riscrive con la sua pittura una sorta di bestiario.

Bestiarum” era definito, nel medioevo, un libro che conteneva immagini artistiche di animali fantastici che esorcizzavano paure ancestrali. Dare loro una fisionomia visibile serviva agli antichi per liberarsi da sofferenze e in un certo senso per rispondere a quelle domande alle quali non c’è risposta.

Già nella mitologia greca e romana esistevano creature antropomorfe come sirene, tritoni, fauni o centauri. Nel trecento è Dante stesso nella Divina Commedia ad affidare alle bestie il delicato compito di ragguardare il lettore dei principi morali.

 Ma mentre la produzione artistica della Pierangelo del 2005 è più provocatoria con un’atmosfera da caccia grossa con animali esotici dalle valenze fortemente simboliche, dove le donne sono giraffe, gazzelle, zebre prede pronte per essere assaltate, nelle opere recenti si avverte un leggero distacco dal presupposto critico-narrativo e una maggiore ricerca estetica e psicoanalitica come se l’artista donna avesse in un certo senso appagato la sua vena polemica e si stesse dirigendo verso un percorso linguistico che la porta da una parte alla sublimazione dell’atto artistico stesso e dall’altra ad indagare determinati comportamenti dell’uomo.

 E sicuramente tra queste sono le opere dedicate a Venezia, dove in un gioco di travestimenti ritornano gli Uomini-Bestia camuffati da abiti carnevaleschi. L’artista sottintende con ironia alla vita che ècome un carro allegorico di maschere dietro le quali l’uomo si è perso.

Alla fine è la bestia a prevalere sull’uomo, quindi l’istinto sulla ragione.

 La Pierangelo si diverte a svelare quegli atteggiamenti dell’Uomo che in fondo sono gli stessi del mondo animale, come le fusa che fa la deliziosa gattina in rosa al suo maschio baffuto che sono praticamente uguali alle moine seducenti con le quali le donne lusingano gli uomini o come l’omologazione alla quale si degrada il gruppo di giovani dalla testa caprina, simile a quella che contraddistingueun gregge.

Che la pittura di Rita Pierangelo abbia avuto un grandissimo successo in Venezuela non mi sorprende, in quanto l’arte e in assoluto la cultura latino-americana, prediligono la figura e la nostra dimostra di essere una maestra in questo, tanto da sfiorare l’ipperealismo nelle sue opere.

La donna tricheco ne è un esempio evidente con il modellato del corpo realizzato in tutti i suoi particolari e con un tale virtuosismo pittorico da restituire l’impressione esatta dell’abbondanza della carne e del suo colorito scuro, che appartengono alla donna formosa e al mammifero marino colti in un momento di relax sull’arena assolata. E, ancora, nell’uomo tartarugail personaggio è seduto con le gambe incrociate in atto di meditazione. Il ritirarsi della tartaruga nella sua corazza è il simbolo di distacco dal mondo e quindi di saggezza. Manell’Uomo-tartaruga della Pierangelo non vi è nessuna saggezza, la testa dell’Uomo-Bestia è fuori dal corpo, e quindi è presumibile che il riferimento alla tartaruga sia stato suggerito all’artista dal torace di costui scolpito nelle singole masse muscolari che ricorda appunto per la sua morfologia la corazza della tartaruga.

Nell’iconografia della pittura di Dalì si riconoscono diverse specie di animali, come le formiche che rappresentano la morte, la decadenza e il desiderio sessuale che corrode; le chiocciole e le locuste, figure emblematiche di distruzione e di paura.

Nel grande masturbatore e nelle metamorfosi di Narciso di Dalì compare l’uovo che allude alla speranza e all’amore, come periodo preuterino. L’uovo è un elemento simbolico presente anche nelle opere della Pierangelo.

 L’egoista è un Uomo-Bestia dalla testa di struzzo, con la carnagione scura e vestito dibianco. Sorregge nella mano destra una sigaretta accesa mentre sulle sue gambe incrociate dormicchia un gatto. Alle sue spalle sono accatastate diverse uova. Sappiamo che lo struzzo mangia qualsiasi cosa trova e spesso in cattività è capace di mangiare intere nidiate di piccoli pennuti. Ed è così che si comporta l’egoista quando divora la carne della sua carne.

Nella pittura della Pierangelo, l’uovo non è speranza o amore preuterino, ma fragile vita che sta per dischiudersi e sulla quale incombe il terribile dubbio che possaessere divorata prima di aver visto la luce.

Queste sono le leggi feroci della natura ed è questo l’avvertimento del gondoliere dalla testa di uccello d’acqua marina,che si porta appresso nella sua gondola un grande uovo in segno di possesso della vita altrui.

 Il surrealismo nell’arte della Pierangelo è solo formale in quanto permette all’Artistadi associare continuamente immagini e sensazioni, emozioni e pensieri senza freni inibitori. Ma nella sostanza le sue composizioni risentono di un forte realismo e sono frutto di un occhio attento, disincantato e di una coscienza libera, autentica che non ha paura di ammettere lo stato attuale delle cose.

La razza umana si è modificata.

L’Uomo che originariamente discendeva dall’animale è diventato un Alieno, una specie sconosciuta anche a Madre natura, nel quale si alternano una logica spietata, attitudini animalesche e imprevedibili comportamenti. Nella sua evoluzione (o involuzione) sembrerebbe essersi allontanato da quelle leggi naturali che da sempre regolano l’universo, tanto da venir meno al principio stesso della conservazione della sua specie.

Il cranio che Rita ha modellato con molta sensibilità e senso plastico utilizzando carta pesta, gesso e ossa vere, appartiene a questa creatura mostruosa di Uomo/Bestia/Alieno formatasi nel secondo millennio.

Questo scheletro preannuncia una nuova era nell’Arte della Pierangelo che non finirà mai di sorprenderci per la sua immediatezza espressiva.