È un pensiero di bellezza, quello che ci avvolge. Ma anche di aggressività. E’ un pensiero di eleganza, di armonia, eppure, le donne di Rita Pierangelo sono, in una certa misura, figure inquietanti. Sono donne e uomoni, che perdono la loro originaria morfologia per divenire uomini bestia. C’è, in questa surreale bellezza, un narcisismo esasperato e tutti i vizi umani che vivono nelle dissonanti immagini zooomorfe, cui Rita, non sembra voler concedere l’anima. Sembra, non voler concedere una identità all’essere umano, una autonomia, in cui l’individuo, possa assumersi la responsabilità della propria esistenza, di avere cura di quella altrui.

Oltre le sembianze mitologiche, i suoi personaggi, sono arricchiti di complessità interpretative, le sue donne rimandano al teatro della vita, alla condizione umana, dove il bene fronteggia il male, dove il buio e la luce avvolgono la nostra esistenza. Dove, nulla è puro, integro, scevro da contaminazioni ideali, morali, sociali, estetiche, dove nulla è libero dalle contraddizioni, dalle assurdità dell’agire umano. Dove, l’essere gettati nel mondo, nostro malgrado, ci costringe a fare i conti con l’imprevedibile, ci mette di fronte alla difficoltà di vivere una vita autentica. Ed è allora, che Rita Pierangelo, crea la donna – zebra, una zebra con le mani a proteggersi il petto, che urla con la bocca spalancata, per esprimere tutta la sua ribellione contro la violenza sulle donne. Un grido, che non può lasciare indifferenti.

 Il contrasto del bianco e del nero e la donna zebra si siede, provocatoriamente, sul divano: le forme generose, i tacchi a spillo, le scarpe rosse, evocano eros, in assenza di amore. Squillanti cromie, che affidano il messaggio al colore, insieme alle dissonanze figurali. Dissonanze, abilmente coniugate anche quando la donna diviene giraffa e quando i vizi maschili si identificano in uno struzzo egoista o, in un uomo scimmia, che pensa. Nascono figure vibranti, che si guardano, che ci guardano, che si impongono alla percezione dell’occhio, a quella della mente, per raccontare l’anima di un’artista, che sa tradurre sensazioni, con grande capacità tecnica e stilistica. Un lavoro, di eccellente risultato estetico, dove la forza della poetica e quella dell’espressione visiva, assumono valenze complementari. Dove l’artista, affida ai suoi personaggi, al loro doppio, la propria visione del mondo, per assumersi il compito di una denuncia, di raccontare una realtà, guardando gli esseri umani con occhio severo e indagatore.

E, in questo agire, forse, c’è l’approdo alla catarsi. Rita, è un artista che racconta il male con canoni estetici che ricordano Francis Bacon, dove il pathos irrompe e sconcerta. Qualcosa, che solo il linguaggio di una arte pura, può raggiungere.